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L'Ulisse Dantesco

Ci sono numerose versioni, latine perlopiù, che tramandano che Ulisse dopo aver lasciato Circe si sarebbe diretto in direzione opposta a Itaca. Dante riprende una di queste versioni per descrivere Ulisse nel canto XXVI dell'Inferno, conosciuto come canto di Ulisse e del suo "folle volo". Dante prende i miti del non ritorno a Itaca in modo inevitabile in quanto egli conosceva presumibilmente solo quelli; Dante non ebbe la possibilità di leggere Omero direttamente, ma solo attraverso le citazioni dei poeti e autori latini. Egli pone Omero come poeta supremo tra i non battezzati ( canto IV, limbo), tralasciando altri artisti greci. Questo fatto si spiega facilmente se pensiamo che dopo la divisione dell'impero romano iniziata con Diocleziano e ufficializzata, alla fine del IV sec. d.C., dall'imperatore Teodosio, la lingua greca si utilizzò sempre meno nella parte occidentale dell'impero, divenendo esclusiva di quella orientale. Dopo il crollo dell'impero romano d'occidente e per tutto il medioevo la lingua e cultura greca fu spazzata via a ovest (europeo), ma venne conservata insieme ai capolavori del mondo classico nell'impero bizantino (d'oriente). Infatti questi stessi capolavori verranno conosciuti ad ovest solo dopo la caduta dell'impero bizantino per mano dei Turchi (1453), data questa posteriore all'opera di Dante. Tornando all'Ulisse dantesco, possiamo dire che il re di Itaca è posto tra i consiglieri fraudolenti e politici con principali capi d'accusa riguardanti l'inganno del cavallo di Troia e il ratto del Palladio; è condannato all'ottava bolgia, avvolto dalle fiamme come in vita fu causa di incendi e di sventure con i suoi consigli.  E' importante precisare che secondo la visione latina, e poi medievale, nelle vicende di Ilio dalla parte dei "giusti" erano messi i troiani mentre i greci erano considerati i "malvagi". Il motivo principale di ciò è che dalla casa reale troiana avrà origine la stirpe romana (Enea). Esemplificativo è il fatto che Enea e Ettore essendo "giusti" finiscano nel limbo semplicemente in quanto non battezzati.  Dante pone Ulisse nell'inferno descrivendolo in tono solenne e pacato, come simbolo dell'inesauribile sete di conoscenza umana; si nota il calo di tensione dalle metamorfosi dei ladri del XXV canto. Ulisse racconta a Dante che una volta lasciata Circe egli si decise a non fare ritorno a casa per ampliare la propria conoscenza del mondo navigando verso ovest con i pochi compagni rimasti. L'eroe raggiunte le colonne d'Ercole, ignorando il monito di non procedere oltre si rivolge ai compagni intimoriti recitando: 

"...non vogliate negar l'esperienza 

di retro al sol, del mondo sanza gente. 

Considerate la vostra semenza: 

fatti non foste per viver come bruti 

 ma per seguir virtute e conoscenza."

(Inferno, XXVI; 116-120)  

A questo punto Ulisse e compagni proseguono e Ulisse rivolgendosi a Virgilio dice:  "...dei remi facemmo ali al folle volo..."

Scilla

 "Folle" poichè destinato al fallimento. Dopo mesi di navigazione appare loro una montagna bruna ( montagna del purgatorio). La gioia di Ulisse è enorme essendo egli convinto di aver raggiunto la propria meta; questa gioia è però breve, infatti la nave si inabissa a causa di un vortice. Il mito dell'eroe non si inabissa con la barca e Ulisse si consacra come navigatore e esploratore dell'ignoto, il prototipo dell'uomo moderno che troviamo trasfigurato in molteplici versioni, dall' "Orlando Furioso" di Ariosto a "Star Trek". E' inoltre utile ricordare che le parole pronunciate da Ulisse verso i compagni per spronarli ad avventurarsi nell'ignoto sono le stesse che sono incise sulle rampe di lancio di Cape Kennedy, da dove gli shuttle, gli uomini e i satelliti prendono il "volo verso le stelle". Nonostante tutto ciò la dantistica non ha risolta completamente il problema del vero volto di Ulisse, poichè pur essendo egli situato tra i consiglieri fraudolenti è protagonista di una avventura epica, presentata e celebrata come esaltante manifestazione dell'essenza più alta dell'uomo. Sono due dunque le figure che Dante ci presenta di Ulisse, a seconda del significato che possiamo attribuire all'aggettivo "folle" e a seconda dell'interpretazione del passaggio attraverso le colonne d'Ercole come evento necessario o trasgressione a un divieto divino. La prima figura che ci viene rappresentata è quella descritta sa V.Sermonti come: "...una cinica canaglia che, in capo a un decennio di crimini di guerra e a un secondo decennio di lascivie e bighellonaggi postbellici, invece di tornarsene a casa, dove lo aspettano un figlio sconosciuto, un padre decrepito e una moglie avvizzita nell'esercizio della fedeltà, infatuato della smania senile di provarle tutte violando ogni limite e ogni mistero, suborna con un discorsetto patetico e capzioso i suoi stracchi compagni all'avventura oceanica (demenziale, come lui stesso ammetterà), finchè non si imbatte nel monte purgatorio, piantato al centro dell'oceano e coronato dal verde del paradiso terrestre. Dai tempi di Adamo nessuno vi ha più masso piede. Tentarlo, immaginare solo di tentarlo, comporta abuso di ragione ed empia iattanza. Tant'è: Dio punisce Ulisse come merita, inabissandolo nell'inferno tra i suoi pari..." Questa descrizione ci presenta la canaglia fraudolenta e interessata spinta solo dalla cupidigia, ma è interessante vedere il problema da un altro punto di vista, sempre secondo V. Sermonti: "... il secondo ritratto rappresenta un magnanimo, il quale, sì, in tempo di guerra ha ordito gli inganni che sconta nel fuoco (dei quali inganni, peraltro non andrà dimenticando il segno provvidenziale, se propiziarono l'esilio di Enea, gentil seme di Roma; l'impero; l'avvento del redentore), ma poi, acceso dall'insaziabile passione di sapere e dall'indomita pazienza che in ogni magnanimo onorano l'umanità intera, rinuncia alle consolazioni della famiglia e si avventura oltre i limiti del mondo conosciuto, non per curiosità, ma per esperire nell'eccesso di sè, in una specie di ascesi umanistica, l'impronta indecifrabile di Dio. Dio, però, non lo ha dotato del privilegio della grazia. Ed ecco che Ulisse sconta con la morte da eroe la sua tragica e solitaria grandezza d'animo, vittima irredenta d'una arcana giustizia..."  Queste in sintesi sono le posizioni critiche della dantistica, il dibattito si sposta sulla reale impronta della figura di Ulisse, folle o magnanimo? Il "folle" compare anche nel canto XXVII, 82-83, sempre in proposito di Ulisse e del suo viaggio si parla del  varco/folle. Se il viaggio è considerato erroneo, tutto ciò che nell'episodio appare come una celebrazione della magnanimità del personaggio si trova in contraddizione con il gesto folle che culmina con naufragio, termine conclusivo e necessario dell'impresa impossibile. A proposito Umberto Bosco ci dice che : "...comunque si debba esattamente interpretare l'episodio, due elementi di esso sembrano incontrovertibili: la magnanimità dell'eroe il quale con il suo tentativo esalta al massimo la sua umanità, impersona l'ansia di migliorare e di conoscere che distingue l'uomo dal bruto; e d'altra parte il naufragio di tale esaltazione di umanità. Magnanimità e naufragio sono strettamente connessi: il naufragio non può essere causato da altro che dall'avere Ulisse superato i limiti posti alla stessa magnanimità...".  Si ritorna quindi alla valutazione morale che Dante deve dare del viaggio. Folle equivale dunque a ribelle e smisurato in un atteggiamento di condanna verso il non saper rimanere entro i limiti. Chi interpreta l'episodio come la romantica insofferenza per i limiti posti da un potere sentito come dispotico e la costrizione a subirli vede Ulisse come un ribelle; prototipo dell'uomo moderno e dell'uomo pagano che confida nelle sue forze oltre la razionalità. L'eroe non è condannato all'Inferno per aver disubbidito all'avvertimento di non oltrepassare le colonne d'Ercole, ma per i peccati di frode descritti all'inizio del canto. Abbiamo un chiaro esempio della concezione dell'intelligenza umana che è portata ai propri limiti; limiti che coincidono con il suo fallimento. Se l'impresa non fallisse non si affermerebbe nemmeno la potenza e la magnanimità dell'uomo, che ha il suo suggello nella catastrofe. Ma il peccato di Ulisse, seppur in misura attenuata, oltre essere quello di aver provocato con le sue menzogne dolore e sofferenza, nasce anche dall'aver trasgredito "agli dei", in questo caso a Dio, portando all'eccesso le sue virtù; follia identificata con la "megalopsichia", peccato che nasce dall'utilizzo e il possesso di virtù riservate a spiriti superiori. Sarà chiaro a questo punto il calzante parallelo con la figura di Lucifero, pur non essendo Ulisse un traditore le sue virtù gli fanno evitare pene ben peggiori.

 

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